Anita Devlin 
La battaglia contro la dipendenza di mio figlio


"Mamma, ho paura", mi disse Mike al telefono. 
"Ho paura e ho bisogno di aiuto".

Mike, mio figlio di 21 anni, stava parlando da un motel 
da quattro soldi, infestato di droghe, 
a pochi chilometri dal suo college nel Vermont. 
Dopo ore spese a cercare di rintracciarlo, 
venni sopraffatta da sensazioni come sollievo, 
paura, rifiuto e vergogna.

La battaglia di Mike contro la dipendenza 
è iniziata quando era al liceo. 
S'infortunò giocando a lacrosse 
e subì un'operazione alla spalla. 
Dopo l'intervento fu sottoposto ad una cura di antidolorifici, 
ma continuò ad abusarne per quasi tutti gli anni della scuola. 
Dopo molto tempo, ho scoperto che le ansie 
e le insicurezze contro cui stava lottando 
lo spingevano a fare uso di droghe durante le lezioni, 
prima delle partite di lacrosse 
e nelle occasioni sociali. 
Una volta al college Mike scoprì l'eroina, 
che lo trascinò in fondo portando con sé 
tutta la nostra famiglia.

Quando tornava a casa, durante le vacanze, 
notavo che era sempre più magro, 
facilmente irritabile 
e non interessato a passare del tempo con noi. 
Più Mike si allontanava dalla persona che era, 
più io e mio marito ci vergognavamo. 
Spesso dovevamo scusarci per il suo comportamento, 
sperando che fosse solo una fase da cui sarebbe uscito.

Col tempo Mike è diventato irriconoscibile, 
ma io e mio marito continuavamo a negare. 
Osservavo la battaglia di mio figlio
riflettendo su quello che stava facendo alla nostra famiglia, 
ma mi sentivo incapace di agire. 
Ho anche iniziato a pensare che fosse colpa mia.

Per anni ho vissuto ripetendomi 
"non può succedere a mio figlio", 
cosa che mi ha influenzato psicologicamente 
ed emotivamente. 
Da genitore è difficile accettare che tuo figlio 
abbia un problema serio. 
Preferivamo credere alle sue bugie 
e continuavamo a mandargli soldi 
che avrebbe usato per la droga. 
Pur non essendo responsabili delle sue scelte, 
siamo di sicuro colpevoli per aver voluto difendere 
la nostra immagine di "famiglia perfetta", 
lasciando che la negazione annebbiasse il nostro giudizio.

Per fortuna, dopo anni di autodistruzione, 
mio figlio è riuscito ad ammettere di aver bisogno di un aiuto 
Durante un soggiorno al Caron Treatment Center, 
Mike è stato capace di capovolgere la sua vita 
e la nostra famiglia è riuscita ad intraprendere il percorso lungo 
e doloroso verso una dinamica più felice e sana.

Come madre, è stato difficile accettare 
che a mio figlio servisse una riabilitazione. 
Forse il momento più illuminante è stato quando 
sono andata al college di Mike per prendere la sua roba
mentre era in cura. 
Ero lì per risolvere il suo contratto di affitto, 
restituire i soldi agli amici che aveva derubato 
e svuotare la sua stanza. 
Quando ho aperto la porta, l'alloggio 
era pieno di oggetti utilizzati per drogarsi 
e di cose che non avrei mai pensato potesse possedere. 
Alla fine fui costretta a vedere mio figlio 
e la sua dipendenza alla luce della verità. 
In quel momento, non potevo più negare 
che Mike avesse un problema reale.

Accettare che mio figlio fosse un drogato 
ed aiutarlo a curarsi è stata solo una parte della nostra battaglia. 
Per anni, io e mio marito ci siamo nascosti 
dietro il nostro imbarazzo. 
Dopo molto tempo abbiamo capito che 
dovevamo smettere di preoccuparci dell'opinione altrui 
e iniziare a pensare a cosa sarebbe stato meglio per Mike. 
La vera vergogna consiste nel preoccuparsi del pensiero degli altri 
invece di aiutare tuo figlio. 
Quando abbiamo smesso di temere il giudizio 
e i pettegolezzi della gente, 
abbiamo cercato l'aiuto dei nostri familiari 
e degli amici che ci erano vicini in quella situazione.
Una volta libera dalle catene della vergogna,
 sono stata capace di concentrarmi sulla mia nuova carriera 
(cosa non facile a 50 anni), sulla mia salute e, 
soprattutto, sul processo di guarigione della mia famiglia.

Credo che molte persone possano riconoscersi 
nella nostra storia, 
anche se hanno paura di parlarne apertamente.

Oggi sono orgogliosa di raccontare tutto questo. 
Mike ora ha 26 anni e da quasi 4 non fa più uso di droghe. 
Lavora a tempo pieno presso una struttura riabilitativa 
e continua ad impegnarsi per la sua guarigione ogni giorno.

Insieme io e Mike abbiamo deciso di scrivere 
una raccolta di memorie intitolata "S.O.B.E.R", 
che ci espone in tutta la nostra vulnerabilità.

L'unica vergogna è preoccuparsi di ciò che pensa la gente 
invece di aiutare tuo figlio. 
Speriamo che, condividendo la nostra storia, 
saremo in grado di convincere altre persone a farsi forza 
ed a cercare l'aiuto ed il supporto necessari 
quando un membro della famiglia 
combatte contro una dipendenza.

Questo blog è apparso originariamente 
su Huffington Post United States 
ed è stato tradotto dall'inglese da Milena Sanfilippo

Commenti