O 20

Don Albanese:
la Chiesa critica chi usa i migranti per farsi votare
Il Comboniano in prima linea nell’emergenza-sbarchi con le Pontificie Opere missionarie: «Il Mediterraneo è ormai un cimitero liquido»
di GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO

«Se noi preti dobbiamo restare chiusi in sagrestia e occuparci solo del sacro, al profano dell’accoglienza provvederanno i politici di centrodestra che oggi denunciano l’ingerenza della Chiesa?», si chiede padre Giulio Albanese, 56 anni, comboniano e fondatore del servizio internazionale Misna, in prima linea nell’emergenza-sbarchi con le Pontificie Opere missionarie e il comitato Cei per la carità.


La Chiesa viola il Concordato sull’accoglienza dei rifugiati?

«È come dire che il beato Romero interferiva negli affari interni di San Salvador. Quando sono minacciati i valori fondamentali, la Chiesa non può tacere. È in gioco la sacralità della vita, dobbiamo intervenire. Il Mediterraneo è ormai un cimitero liquido dove muoiono migliaia di disperati per la mancanza di corridoi umanitari».
La Cei interviene in politica?

«Paolo VI insegnava che la politica è la più alta forma di carità, quindi come cattolici abbiamo il sacrosanto diritto-dovere di fare politica perseguendo sussidiarietà e solidarietà. Il bene comune è condivisione, non interesse di una fazione. Cattolico significa universale. La nostra globalizzazione è fraternità senza se e senza ma. Gli attacchi della Lega e di Forza Italia al Papa e alla Cei sono la reazione alla fine di ogni collateralismo».

Una svolta tra Chiesa e politica?

«Nel 1985 al Meeting il ministro degli Esteri vaticano, Achille Silvestrini dichiarò che l’unità politica dei cattolici non è un dogma. Trent’anni dopo il segretario della Cei sancisce a Rimini la fine di qualsiasi rapporto privilegiato tra Chiesa e partiti. Una voce profetica e libera che spazza via ogni strumentale alleanza tra trono e altare. La Chiesa di Francesco non fa orecchie da mercante, è scomoda perché non cerca trattamenti di favore, accomodamenti col potere. Si rivolge a Roma come a Bruxelles, Washington, Onu».

Cosa cambia col Palazzo?

«Ora il Papa e i vescovi dicono le cose in faccia a qualunque potere politico o finanziario. Governo o opposizione. Rinnegheremmo Cristo e il Vangelo se facessimo finta di niente davanti all’ecatombe nel canale di Sicilia e mentre l’Ue azzera il debito dei paesi africani, ma li fa accedere a nuove linee di finanziamento che provengono dalle borse europee, in pratica prestiti legati alle speculazioni».
Perché il nodo sono i migranti?

«La questione migratoria per molti politici è cinicamente un moltiplicatore di voti. Solo la Chiesa indica le cause che la generano (guerre, brutale sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali, inquinamento, povertà) e segnalano le difficoltà sociali, politiche, legislative ed economiche dei paesi di accoglienza. Francesco è l’unico vero statista: ha a cuore la “res publica” dei popoli. È immorale impedire di migrare a chi fugge da morte sicura. Con mense, dormitori e ambulatori facciamo anche risparmiare soldi allo Stato nell’accoglienza. Gridare all’ingerenza della Chiesa è ingiusto e miope. Contrapporsi indebolisce la capacitò di risposta del sistema paese di fronte a un fenomeno irreversibile. Pensare agli interessi di bottega è da irresponsabili».

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