Maddalena Negri
passion of the christ
Ricordo ancora lo scandalo che provocò l’uscita del film di Mel Gibson, per la famosa flagellazione di mezz’ora, basate sulle visioni di Caterina Emmerich.
Non intendo, in questa sede, discettare a proposito della veridicità - o meno - di tale fonte. Anche perché a dire il vero, non lo ritengo così fondamentale. Il punto fondamentale, da cui muovo, è che un’opera d’arte, come può essere considerato un film, per quanto possa essere fedele ai testi da cui è tratto, inevitabilmente contiene l’interpretazione dell’artista. Qualunque sia la forma d’espressione che egli usa, Capisco che, dal momento che, in questo caso, si tratta non di semplici testi ma di Sacre Scritture e non di un uomo qualsiasi ma di chi amava definirsi Figlio dell’Uomo, le preoccupazioni, al riguardo, si moltiplichino.
Ma, avendolo visto diverse volte, mi viene da rispondere che si tratti di “tanto rumore per nulla”. Innanzitutto, il film del regista australiano fa un’operazione senz’altro rischiosa, ma culturalmente interessantissima, essendo filologicamente onesto, essendo nato da una ricerca storico - linguistica accurata, che gli ha richiesto, senz’altro notevole impiego di tempo e denaro. E che risulta ottenere senz’altro un risultato originale, magari non immediatamente fruibile dal pubblico medio, ma da cui emerge l’impegno di andare fino in fondo in una ricostruzione che possa immergere, attraverso le lingue, nella cultura di quel tempo.
Del resto, è molto evidente l’attenzione del regista alla resa sonora. Ne sono testimonianza alcuni dettagli: il piede del Cristo, che, al termine della preghiera, schiacciano il serpente, in una delle prime scene iniziali; il realismo con cui ascoltiamo il fischio sordo che intontisce il servo Malco, a cui Pietro mozza l’orecchio, durante l’arresto del Signore; le mosche che, con il loro ronzio, progressivamente più assordante, inquietano l’anima turbata di Giuda. Verso il finale, altro momento in cui si fa protagonista il sonoro è, al momento della morte di Cristo in croce, quella “lacrima di Dio”, che con rumore inaspettatamente assordante, dà origine a un terremoto e al successvi squarcio del velo del tempio.
Davvero ciò che sconvolge di questo film sono le immagini cruente? Davvero l’ipocrisia ci porta a pensare che non sia possibile attribuire la sofferenza, dopo i molteplici studi al riguardo effettuati da studiosi di vari campi scientifici (atei e credenti) sulla Sindone? O piuttosto, più semplicemente, rifiutiamo questa scelta perché è scomoda e ci disturba….
La realtà è che, di tutto il film, le scene più toccanti sono in realtà i flashback. Realizzati evidenziando in modo palese lo stacco rispetto al tempo attuale del film, cambia la luce, cambia la velocità con cui si muovono gli attori, cambia il tono. Tramite essi, prende corpo un piccolo capolavoro, che evidenzia la bellezza della ferialità e il rapporto, tenero e complice, tra madre e figlio. Vediamo un carpentiere all’opera, con solerzia e fatica, recalcitrante ad obbedire, esaltato da una commissione importante, ma anche pronto allo scherzo. Un Dio che non si scorda di essere uomo e che ci è mostrato nella sua quotidiana umanità, nella realtà che ha probabilmente incontrato nei suoi giorni di nascondimento (e di lavoro, dettaglio che troppo spesso dimentichiamo!) a Nazareth.
Al termine di questo flashback in cui realizza un tavolo alto per un uomo ricco, originato dall’aver colto con lo sguardo una persona nell’atto di realizzare un patibolo per una croce (forse, proprio la sua), Gesù, condotto al sacerdote, incontra la madre: non direttamente, ma ne incrocia lo sguardo. E in quell’incrocio di sguardo, avviene una muta comunicazione capace di veicolare quel sostegno che solo una madre ed un figlio sono capaci di scambiare, senza l’ausilio delle parole. Forse, memori di quella muta comunicazione che è un’esclusiva tutta femminile, durante i mesi della gravidanza, in cui anche il padre si sente un escluso, quasi uno scomodo terzo incomodo in questo unico ed imprescindibile rapporto.
Vediamo infatti un dettaglio che nei Vangeli non c’è; dopo essersi pentito per averlo rinnegato, Pietro cerca conforto conforto nella confessione del suo misfatto proprio alla madre di Cristo. Come se solo una madre potesse sopportare una colpa così grave nei confronti del figlio. L’assurdo che si fa compagno della misericordia: allora come oggi.
Particolarmente originale e toccante è l’approccio del regista al demonio: tanti prima di lui, in modo diverso, hanno investigato questo aspetto. Il diavolo, con fattezze androgine, si presenta nell’orto del Getsemani, durante la preghiera di Gesù, poi, più avanti, si aggira, furtivo e inquietante, durante la flagellazione. Incapace di creare, riesce solo ad abbruttire la creazione; a Giuda, si presenta sotto forma di bambini deformi. Questa scelta non è stata apprezzata da tutti quelli che l’hanno vista un inutile escamotage scenografico alla ricerca di una teatralità in chiave horror, come da chi l’ha ritenuto inadatto ad illustrare verità teologica. Personalmente, considerando che il cinema è innanzitutto arte visiva, trovo la scelta interessante, perché, tramite un’immagine simbolica riesce a rendere una realtà difficile da esprimere come quella diabolica. Distruggere, abbruttendola, l’innocenza dell’infanzia, non solo ha impatto scenograficamente immediato, ma trovo che sia atto d’accusa a noi grandi per tutte quelle volte che non siamo stati capaci di preservare e proteggere l’innocenza dei più piccoli.
La lunga scena della flagellazione è spezzata da un dettaglio: al vedere il piede di un soldato, Gesù ricorda da lavanda dei piedi. Non è superfluo ricordare che Giovanni, saltando l’istituzione dell’Eucaristia, parla solo della lavanda dei piedi: come a dirci che, se gli altri descrivono il come della sua origine, Giovanni ce ne mostra lo scopo.
C’è poi una scena che qualcuno definisce, semplicisticamente, splatter, ma che può essere definita tale solo se ci si ostina ad ignorarne l’espressione della tenerezza femminile. Nasce da una donna, la moglie di Pilato, che arriva con dei panni e li consegna alla Madre, che è nei pressi, con Maddalena e Giovanni. Il sangue, per gli è ebrei è simbolo di vita. In quel gesto di asciugare il cortile, cosparso del sangue di Cristo, non solo si esprime la pietà verso un uomo, ma si evidenzia il valore del Suo sacrificio: quel sangue è così prezioso, che neppure una goccia deve andarne sprecata. Il regista coglie l’occasione di quest’atto per inserire un altro episodio della vita di Cristo: mentre Maddalena è inginocchiata per terra, ricorda il gesto con cui il Maestro riconobbe la sua dignità e riuscì a rialzarla, in tutti i sensi, di fronte a quegli uomini che l’accerchiavano per lapidarla.


Dettaglio prezioso è poi il flashback di Maria: alla caduta di Cristo, la sua mente corre all’infanzia, quando lo rialzava dalle sue prime cadute e col medesimo, materno, trasporto, accorre in suo soccorso. Perché, per il cuore di una madre, è inconcepibile comprendere che il figlio sia cresciuto.
Toccante, oltre che realistico, è poi il personaggio di Simone di Cirene: recalcitrante, com’è normale che sia un emerito sconosciuto buttato all’improvviso sul palcoscenico della Storia.
La Veronica si avvicina a Cristo, come un sollievo inatteso: con delicatezza e discrezione, si avvicina a lui, prostrato dalla fatica, in un momento in cui le guardie si sono allontanate di qualche passo. Pur non essendo presente nei Vangeli, questo personaggio, vivissimo nella cultura popolare, non poteva mancare: quest’attimo di tenerezza è però bruscamente interrotto dall’arrivo dei soldati. Questo provoca il comprensibile scoppio d’ira di Simone di Cirene; sembra strano rispetto al suo atteggiamento iniziale, ma trovo che sia giustificabile logicamente: all’inizio, il giudeo si sente “prese in mezzo”, ma la condivisione della sventura rende fratelli anche gli estranei e crea solidarietà. Tanto che percorrono la strada quasi abbracciati e, all’avvicinarsi del Golgota, arriva a mormorare: “Siamo vicini!”. Buffo. Se non ci fosse una vena di consolatoria compassione in quella voce, suonerebbe addirittura beffardo. Vicini, ma a cosa? Alla morte? al supplizio della Croce? È solo l’inizio della fine della sua sofferenza!
Ai piedi della Croce, mentre il regista si sposta sugli occhi della Madre e di Maddalena, Cristo ripercorre l’Ultima Cena, evidenziando l’inscindibile legame tra quel momento che sta vivendo e quegli attimi che, pur vicini nel tempo, sembrano così lontani ed irraggiungibili. Senza i quali, però, ai discepoli per primi, sarebbe stato quasi impossibile comprendere la Croce.
A coloro ai quali non piace questo Cristo insanguinato e credono sia un eccesso, ricordo cosa scrive Isaia, riguardo al “servo del Signore”: «come uno davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3). Si tratta di un’espressione forte. Volgere lo sguardo dall’altra parte è quello che facciamo noi di fronte a qualche disabile grave, con imbarazzo malcelato. Non lo facciamo di fronte ad un graffietto, lo facciamo di fronte ad una scena che, per qualche motivo, risulta insopportabile alla vista. Ed un uomo coperto di sangue, lo è. Non si spiegherebbe questo sottrarsi all’atto del vedere, se fosse meno di questo.
Suggestiva è poi la scelta di una lunga scena in cui la Madre tiene tra le braccia il Figlio, in una riproposizione della Pietà di Michelangelo; successivamente, il campo si allunga sugli strumenti del supplizio di Cristo: la corona di spine ed i chiodi; infine, la telecamera stringe di nuovo sul volto della Madre, che si volge verso lo spettatore, quasi a notificare che questa Morte ci interpella tutti, nessuno escluso.
Dopo una scena di buio, assolutamente necessaria a sottolineare lo stacco temporale occorso, vediamo il sudario sollevarsi e, senza chiarire il mistero, l’inquadratura gira poi su un volto di Cristo completamente sanato dalla Resurrezione. Anche questo dettaglio non è insignificante, ma, al contrario, combacia con gli studi scientifici di cui è stata oggetto la Sacra Sindone di Torino: lungi dal dipanare il mistero, diversi scienziati, sulla base di essa hanno postulato una sorta di “sollevamento” del lenzuolo, unica cosa che può spiegare la possibilità di un’impronta dell’intero corpo impressa sulla superficie del tessuto.
Mel Gibson ricevette, in occasione di questo film, critiche per la sua vita personale, come mai prima. Curioso, dal momento che, se, da una parte, l’australiano non è esattamente uno stinco di santo e la sua vita non è ineccepibile, dall’altra, lo era certamente anche prima della realizzazione di quest’opera. Del resto, Dio si è sempre servito di strumenti imperfetti, tanto che, a volte, le migliori e più profonde letture del fatto religioso sono venute da artisti addirittura atei.
Basti pensare a Pasolini: non era certo un chierichietto, ma, profondamente affascinato da Cristo, si dimostrò capace di cogliere il Mistero, sia nelle sue riflessioni che nel suo famoso Vangelo secondo Matteo, forse più di altri che si dicono cristiani. Forse più di noi che, assuefatti alle Verità del vangelo non ci lasciamo scalfire dalla loro profondità e da ciò che potrebbero comportare nella nostra vita.
Questo film è particolarmente riuscito per la sua capacità di mettere - costantemente in relazione - Passione ed Eucaristia. Si richiamano in continuazione. Le parole, i gesti. La profezia (l’istituzione, durante l’Ultima Cena), l’avvenimento (la Passione storicamente avvenuta), la commemorazione (la S. Messa che rinnova il sacrificio eucaristico, quotidianamente, da duemila anni, in tutte le chiese di ogni angolo di questa terra, proclamando, oltre alla Sua morte, la Sua Resurrezione).
Tutto ciò si condensa e sintetizza nel giro di tre giorni: in tre giorni, si concentra l’intera storia della salvezza dell’umanità, vaticinata dai profeti, attesa dalle genti, sperata dai giusti.
Di più. Nel complesso, dalla prima volta che lo vidi, penso da sempre che questo sia uno dei migliori film sulla vita di Cristo, per lo straordinario merito di riuscire a rendere, nel modo (a mio avviso) migliore il mistero di Cristo, Uomo e Dio. Tra tutti i film usciti sull’argomento, trovare una mediazione non è mai stato semplice: molti rischiano di concepire il alto divino come una sorta di idealizzazione (con un Cristo bello, intangibile, quasi impalpabile, radioso di luce propria anche in mezzo alla polvere, agli sputi, al sangue); altri, al contrario, rischiano di tratteggiare una sorta di Gesù così realisticamente umano, che pare scoprirsi “Dio per caso”, quasi fosse un incidente di percorso, un accidente, in una parola che il suo essere Dio sia un fatto irrilevante. I primi rischiano di mancare di realismo e di essere puramente simbolici, gli altri, pur avendo il merito di avvicinare Dio alla nostra realtà, rischiano di mettere in discussione lo stesso processo di salvezza: se l’accento è posto sull’umanità di Gesù, come può avere valore salvifico la Sua morte? Se non ce l’ha, a parte contraddire le Scritture a cui si dovrebbe invece rifare, rischia di non essere in grado di venire in aiuto all’uomo, diventando solo una morte inspiegabile ed inaccettabile, che si aggiunge al numero delle domande senza risposta dell’uomo.

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Perché questo è in realtà il punto focale. Se Cristo vince la morte, allora per noi c’è speranza. Allora la morte ha un senso, diventa “digeribile”. Se invece non è così e la morte ha l’ultima parola, Cristo è solo un giusto morto ingiustamente. Per questo, senza la scena finale, l’intero film perderebbe il proprio senso. «Come un gregge senza pastore». Qualcuno, ha approfittato per accusare tale scena di eccessiva brevità. Come se l’importanza fosse dettata dalla quantità e non dalla profondità. Ci sono attimi che valgono un’eternità. Ci sono fatti che cambiano il corso della storia. Bastano uno sguardo, una parola, un’azione.
La Resurrezione è una di queste. Un fatto, che segna la linea di demarcazione tra speranza e disperazione. «Ultimo nemico ad essere sconfitto sarà la morte» (1Cor 15, 26). E se anche lei può essere sconfitto, cosa non può esserlo? Eccola, la speranza: poter spezzare il gioco della morte.

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