L’INGANNO CHE UCCIDE

Anche in questi giorni abbiamo tanto sentito parlare di morti, stragi, genocidi nuovi e antichi. Tra queste vite spezzate nel nostro Bel Paese è risuonata una notizia che ha fatto scalpore solo per poco più di 48 ore ma che è di una gravità assoluta. Si tratta dell’indagine denominata “Mala sanitas” che vede il coinvolgimento di medici del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria.
La nostra legislazione purtroppo anche in presenza di crimini orribili si limita incredibilmente a concedere gli arresti domiciliari; altri medici collaboratori sono stati sospesi dall’esercizio della professione per almeno un anno. La mattanza descritta da loro stessi attraverso le intercettazioni non è quindi stata sufficiente per chiuderli subito in prigione. D’altronde se uccidere un essere umano che è ancora nel grembo materno non viene considerato un reale omicidio bensì un aborto, solo l’averlo fatto senza il consenso della mamma lo fa diventare reato
Poi, che almeno due neonati sarebbero deceduti per la superficialità dei sanitari e che un altro si ritrovi con danni cerebrali permanenti e che un numero incalcolabile di mamme abbia subito gravi lesioni all’utero, tutto ciò sembra non destare così tanta indignazione. Eppure quelle intercettazioni sono state un vero pugno nello stomaco evidenziando un inspiegabile abisso di miseria umana. Sentire medici scoppiare a ridere a seguito del decesso di un neonato, dicendo: ”E’ morto un bambino e io ho spento il cellulare apposta cretina, perché sennò mi chiamava in continuazione…ah ah ah ” spiegò uno di loro, sghignazzando alla moglie. E ancora in un’altra circostanza: “Al collega gli è rimasto l’utero nelle mani, ah ah ah…. la paziente stava morendo”.
Aberrante la complicità di medici che si accordano e decidono di eliminare la vita di un bambino ad insaputa della madre: “Fagliela tragica, hai capito? Dille che c’è un distacco e non si può far nulla”, spiegò… Senza dirle un caxxo, le metti il Cervidil e le spieghi che sospendiamo la flebo”. Hanno affermato gli inquirenti: “La strategia concordata dai due sanitari era quella di somministrare, all’insaputa della donna, un farmaco abortivo, per stimolare le contrazioni della gestante ed indurre l’interruzione di gravidanza”.
E il primario, in contatto con esponenti di una nota cosca della ‘ndrangheta,viene intercettato più volte; così addirittura verso la sorella in stato di gravidanza impartisce al collega nuove disposizioni, per impedire il parto: “Senza che ti veda nessuno, le metti tre fiale di Sint , cosi si sbriga ad abortire”.
Questa vergogna mi fa venire in mente la recente risposta all’Italia della Corte di Strasburgo che ha recepito il ricorso della CGIL la quale rimprovera gli intralci del nostro sistema sanitario che invece secondo loro dovrebbe garantire maggiore facilità per fare un aborto. Cari portatori di giustizia, ora chiederete a Strasburgo anche maggiori controlli sui medici per tutelare quelle donne che non vogliono abortire né essere devastate?

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