Frankenstein: un mostro “profetico”

Il saggio critico di Paolo Gulisano e Annunziata Antonazzo fa luce sull’attualità del romanzo di Mary Shelley, tra mito letterario e utopie scientifiche
Frankenstein: il potere e i limiti della scienza. Nell’ambito del Festival Biblico che si è aperto mercoledì scorso a Vicenza e Verona, è stato presentato venerdì, presso la Libreria Feltrinelli di Verona il volume di  Paolo Gulisano e Annunziata Antonazzo Il destino di Frankenstein. Tra mito letterario e utopie scientifiche (Editrice Àncora). Il dottor Paolo Gulisano, medico e scrittore, è tra i collaboratori dell’edizione italiana di Zenit. La professoressa Antonazzo è insegnante e anglista.
Il destino di Frankenstein è un saggio agile e brillante che accompagna il lettore alla scoperta della vita e delle opere di una delle più celebri scrittrici del XIX secolo, autrice di un libro che ha segnato indelebilmente la cultura occidentale, ispirando anche decine di pellicole cinematografiche.
La celebre storia del mostro e del suo avido creatore è un apologo, diventato patrimonio collettivo, che si sostanzia in una serrata critica nei confronti di una scienza che non ha alcun rispetto verso la vita e che rischia solamente di procurare orrore e distruzione.
Il saggio di Gulisano e Antonazzo è dunque una sorta di galleria degli specchi in cui il celebre romanzo rimanda tanto alla biografia tormentata della sua autrice, quanto ai problemi morali connessi alle più recenti utopie scientifiche. La solitudine che la creatura denuncia è lo spaesamento dell’uomo contemporaneo di fronte a un destino senza Dio, è il desiderio di Mary di sfuggire al materialismo razionalista del padre e, soprattutto, è il grido angosciante che denuncia il nichilismo tecnologico in cui è avviluppata la modernità, un monito che, dopo duecento anni, è più che mai attuale. Sui contenuti del libro, Zenit ha rivolto alcune domande ai due autori.
Cosa rappresenta la storia di Frankenstein?
Quella di Frankenstein non è una banale storia gotica. Abbandonata la frusta ambientazione medievale carica di odio anticattolico tipica del genere, l’autrice tesse una trama mossa e vivace con lo scopo di andare al cuore di questioni drammaticamente attuali, senza troppi giri di parole. Del resto il sottotitolo del testo, Il moderno Prometeo, è già di per sé una dichiarazione di intenti. Victor Frankenstein, il luminare ginevrino che, colto dalla smania del successo, assembla pezzi di cadavere nell’illusione di poter creare la vita, diventa un archetipo della degenerazione della scienza in scientismo. La sua figura non è quella di un pazzo isolato, ma vuole essere la punta di diamante di una concezione della medicina come sfida alla natura e alle sue leggi, «una visione antropologica chiusa alla dimensione del trascendente, un metodo che pretende di esaurire la conoscenza della realtà nei confini del laboratorio». Il risultato, inutile dirlo, è un fallimento così devastante da compromettere non solo la vita di Frankenstein, ma anche quella dei suoi famigliari e della creatura (significativamente priva di nome). Il prometeico tentativo di giocare a Dio si risolve in un’odiosa pantomima della creazione che porta a generare un orribile aborto, frutto dell’egoismo di uno scienziato privo di scrupoli e non di un generoso atto d’amore. Il mostro si ritrova così costretto a vivere a margine di una società che lo rifiuta, condotto alla violenza dal mancato amore di Frankenstein. Più tardi, quando legge per la prima volta il Paradiso perduto di Milton, trova addirittura una corrispondenza tra la sua condizione e quella del ribelle Lucifero, l’eterno escluso dalla gloria divina: «Ero di indole buona e gentile; il dolore ha fatto di me un demonio».
Come ha avuto origine, duecento anni fa, questa storia?
L’origine del Frankenstein, quello che sarebbe diventato il romanzo più celebre di Mary, risale al 1816, quando la ragazza si trovava con Shelley a Villa Diodati, la residenza svizzera dell’amico Lord Byron. Con loro vi era anche Polidori, il medico personale del poeta. In una sera piovosa, dedicata come sempre a lunghe conversazioni sui temi del soprannaturale e dei grandi progressi scientifici, Byron lanciò la sfida di creare un racconto dell’orrore, proposta che venne accolta con entusiasmo dalla compagnia. Paradossalmente non sarebbero stati Shelley e Byron a produrre la creazioni più interessanti, ma i giovani Polidori e Mary. Il primo scrisse Il vampiro, un racconto che negli anni seguenti spianò la via al genio di Bram Stoker, mentre la giovane fanciulla raccolse materiale sufficiente per pubblicare nel 1818 il suo intramontabile capolavoro.
“Sapevo dai tuoi fogli che tu eri mio padre, il mio creatore; e a chi potevo rivolgermi con più appropriatezza se non a colui che mi aveva dato la vita?”Qual è la vostra interpretazione dei temi della maternità e della figliolanza negata nell’opera di Mary Shelley?
Mary visse la tragedia della figliolanza negata poiché non conobbe mai la madre, morta pochi giorni dopo la sua nascita, se non attraverso il dolore mai veramente superato da parte di suo padre. Visse due volte anche l’esperienza della maternità mancata, poiché perse i primi due figli. Il dolore e la mancanza hanno certamente segnato e influenzato la mente sensibile e creativa di Mary, la quale fa dire a Victor, pochi giorni dopo la morte della madre che “quando il trascorrere del tempo ci mostra la realtà del male, allora comincia il vero dolore”. Il dolore delle gioie negate risiede proprio nella mancanza degli affetti più cari, quelli legati al nostro sangue e alla nostra carne. Tutto questo per Mary non può essere riprodotto dalla scienza, si tratta di quel calore umano che nessun assemblamento di organi e pelle potrà riprodurre. Abbiamo paura della morte perché essa ci strappa via questi legami e noi siamo disperatamente impotenti di fronte ad essa.
All’inizio la mia applicazione fu altalenante ed incerta; guadagnò forza man mano che procedevo e presto divenne così ardente e zelante che spesso le stelle scomparivano alla luce del mattino mentre io ero ancora impegnato nel mio laboratorio…”. Mary Shelley pensò la stesura del suo romanzo come grembo e gestazione (pensando, ad esempio, all’allestimento dei suoi laboratori scientifici): potete spiegarci il significato che l’autrice dà a questi due termini nel corso del romanzo?
Come una creatura attesa, anche il mostro all’inizio ha bisogno della sua gestazione. È ironico vedere che tipo di grembo la Shelley scelga: un laboratorio scientifico ma è una scelta profetica come profetica e ironica è la gestazione: una madre in attesa è in uno stato di grazia e di emozioni profonde; Victor invece si consuma mentalmente e fisicamente, arrivando ad uno stato febbrile nel momento in cui “dà la luce della vita” alla sua creatura. Qui risiedono le riflessioni di Mary e il suo ammonimento al delirio di onnipotenza dello scienziato.
La sagoma del mostro a cui avevo dato un’esistenza era sempre dinnanzi ai miei occhi, e farneticavo incessantemente pensando a lui…”. Quale è la valenza del termine “mostro” usato per raffigurare la creatura che prende vita dal lavoro di Victor Frankestein, e che messaggio trasmette ai lettori delle opere di Mary Shelley?
La parola “mostro” ha due funzioni: la prima è quella oggettiva del “non nome”, di una creatura rifiutata, rigettata, mai amata se non dall’ambizione dello scienziato che  voleva “fare la parte di Dio”; la seconda risiede nel significato della sua etimologia: “moneo” significa avvertire, ammonire, ancora una volta Mary nostra grande consapevolezza e determinazione nell’affermare come le grandi scoperte scientifiche, oggi come allora stanno illudendo l’uomo di poter fare “tutto da solo”, di poter ottenere il fuoco della conoscenza degli dei senza pagarne le conseguenze più immediate.

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