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Porgere l’altra gola.
C’è un singolare affrettarsi in molti siti e commentatori cattolici, in genere progressisti e comunque omogenei al pensiero dominante nella Chiesa, a scongiurare l’idea di una reazione cristiana o cattolica all’evidente violenza di radice islamica.

MARCO TOSATTI

C’è un singolare affrettarsi in molti siti e commentatori cattolici, in genere progressisti e comunque omogenei al pensiero dominante nella Chiesa, a scongiurare l’idea di una reazione cristiana o cattolica all’evidente violenza di radice islamica.  


C’è chi subito – a poche ore dalla morte – è arrivato a avanzare dubbi sul fatto che il parroco di Rouen sia stato ucciso in quanto prete, e in odium fidei; c’è chi ha definito “jihadisti cattolici” quelli che osservavano la singolare riluttanza del Pontefice regnante ad attribuire la strage di Nizza (e ora, possiamo aggiungere, il sangue di Rouen) a una precisa radice cultural-religiosa. E poi ci sono quelli che ricordano che la risposta cristiana deve essere sempre mite, e dialogante.  

Ci sono certamente ragioni dietro tutto ciò. Non credo sia tanto il timore reale di una risposta muscolare (mandiamo gli Svizzeri alabardati, e poi dove? A Raqqa? A Mossul?). Forse è la paura in CEI che la Lega acquisti consensi. D’altronde una predicazione così ripetuta da apparire talvolta ossessiva in favore della migrazione – non dei rifugiati, badiamo bene ma della migrazione - che porterà, come è accaduto in Francia e Belgio, a uno stravolgimento dei dati demografici, culturali e religiosi dei Paesi ospitanti, non è compatibile con riconoscere che nel terrorismo attuale c’è un problema religioso.  


Causato dalle caratteristiche particolari dei testi sacri di una religione: mai emendati, storicizzati, messi in discussione. E quindi utilizzabili.  
 

Sull’aereo che lo portava a Cracovia il Pontefice ha detto, negando che vi sia una guerra di religione: “Ma è guerra. Questo santo sacerdote, morto proprio nel momento in cui offriva la preghiera per la pace. Lui è uno, ma quanti cristiani, quanti innocenti, quanti bambini... Pensiamo alla Nigeria, per esempio. Diciamo: ma quella è l’Africa! È guerra. Noi - ha continuato il Papa - non abbiamo paura di dire questa verità, il mondo è in guerra perché ha perso la pace”.  


E’ innegabile, purtroppo, che in molti casi si tratti proprio di religione. Pensiamo ai Copti in Egitto, ai cristiani pakistani (come Asia Bibi), ai cristiani indonesiani, per non parlare di Afghanistan o Arabia Saudita, o di Nigeria e Kenya; e si potrebbe continuare. Purtroppo l’impressione è che ci sia una religione ben precisa che fornisce pretesti e strumenti religiosi ai suoi figli, anche quelli cattivi, che li vogliano usare; minoranza numerosa nella maggioranza di “portatori sani” di una fede che può molto facilmente “virare” in patologia.  

Nessuno pensa alle crociate. Ma forse si può parlare con chiarezza, agli esponenti di quella religione, nel dialogo. Ormai anche nel mondo dell’islam c’è chi non crede più al facile slogan dell’islam religione di pace, e lo dice apertamente. 
Dirlo apertamente, da cristiani, può essere 
un servizio di carità migliore del porgere la gola.  

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