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Una serata all’ostello Caritas di Roma: vite normali precipitate nella povertà

di  Patrizia Caiffa

Viaggio tra i "nuovi" poveri dell'ostello e mensa della Caritas di Roma in via Marsala: tanti i giovani che hanno perso il lavoro a causa della crisi o con malattie e altri problemi. In aumento quelli con dipendenze da alcool e gioco d'azzardo. La maggioranza sono italiani

Ostello Caritas “Luigi Di Liegro” in via Marsala, Roma, a due passi dalla stazione Termini. I locali immacolati sono stati ristrutturati da poco, con porte dipinte su toni rossi, gialli, verdi e azzurri. Il via vai colorato all’ingresso, con “vecchi” e “nuovi” poveri – giovani e anziani, italiani e stranieri, solerti operatori e volontari – rende l’atmosfera quasi giocosa, pittoresca, in ogni caso accogliente. Al centro una sorta di bancone della reception. Ai lati, panche dove sostano le persone e una insolita bacheca segno dei tempi, con tante prese elettriche per caricare i telefonini. I rispettivi proprietari vigilano a fianco del proprio tesoro. Il cartello “Non lasciare incustoditi i cellulari” è un avvertimento ineludibile. Eppure qui, ogni sera alle 17.30, il cancello apre i battenti per far dormire chi non ha alternative se non la strada. Può accogliere 185 persone, fino al mattino alle 8.30.
180 ospiti la notte, di cui 120 italiani. Ora sono 180 ospiti, di cui la maggioranza, ben 120, sono italiani. Tra di loro ci sono 56 donne, come spiega Silvia Pistillo, responsabile della contigua mensa che ogni sera distribuisce 400/500 pasti. La regola è che non restino più di tre settimane, con eccezioni per i casi più difficili. C’è quindi, sempre, un grande movimento, con persone di tutte le età e nazionalità. A conferma dei recenti dati del Rapporto di Caritas italiana sull’esclusione sociale, anche qui sono aumentati i giovani (+8%) e gli italiani, a causa della crisi.
“Persone con tante forme di disagio che si sommano, soprattutto dipendenze e gioco d’azzardo”.
Nella stanza dove Silvia sbriga freneticamente le pratiche, tra telefonate, richieste di ogni tipo e mail dei nuovi ingressi sulla scrivania, c’è un ritratto dello storico fondatore della Caritas di Roma, don Luigi Di Liegro. E un frigorifero da cui il medico di turno prende i farmaci per gli ospiti, con una scritta che sancisce “né alimenti, né bevande”. I due piani ospitano le stanze, tutte a sei letti, tre per lato, divise da una parete, con piccoli armadietti con lucchetti e pochissima privacy. La luce si spegne per tutti alle 23. In un’altra sala c’è chi naviga su internet, chi legge o fa le parole crociate. Nel grande salone della mensa, invece, dopo cena si cala un maxischermo per guardare tutti insieme la tv. Di solito film, fiction o partite. Certo una scelta molto più difficile che in famiglia, ma gli operatori mediano o decidono. Nell’atrio c’è chi improvvisa una sceneggiata. Stavolta è una piccola, elegante ed esile signora di una certa età, occhiali da sole che celano occhi di un azzurro chiarissimo e vestito lungo rosa. Inveisce con frasi incomprensibili contro qualcosa o qualcuno. Un’altra signora dai tratti sub-sahariani, ma parlata romanesca, si lamenta con una vicina. Un clochard africano chiaramente spaesato chiede una coperta per la notte autunnale che dovrà trascorrere in strada.
“La panchina non fa sconti a nessuno”. “Ho dormito 20 giorni su una panchina ed è stato il momento più duro della mia vita, più della malattia, della perdita del lavoro e della morte di mia madre”, racconta Massimo, 45 anni, single, romano. Tuta blu e sguardo pacioso, è da un anno all’ostello. “Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, non ero abituato. Prima ho lavorato sette anni nell’edilizia, poi altri sette come vigilantes. Ma l’azienda ha chiuso nel 2011, in piena crisi. Avevo uno stipendio buono, un livello di vita medio, non sapevo nemmeno cosa fosse un discount”. Poi la scoperta della grave patologia, che lo costringe a non esporsi al freddo, al caldo, a non stancarsi e l’impossibilità di pagare 400 euro di affitto a piazza Vittorio con la ridicola pensione d’invalidità di 290 euro. Il padre vive in una casa occupata e non lo può ospitare. La madre è morta un anno fa. Il passo verso la povertà estrema è stato rapido.
“La panchina non fa sconti a nessuno – così descrive il suo periodo più difficile -. La panchina non ti risponde, non ti può parlare. Quando dormi, senti che stai perdendo la dignità, sei costretto a fare i conti con te stesso. Prima dicevo ‘anvedi sto barbone’. Ora lo guardo con rispetto”.
Massimo sorride sempre e affronta la situazione con accettazione, forza di volontà e realismo, il termine che ricorre più spesso nei racconti degli ospiti. “Mi sono detto: o attraverso il binario o mi fermo. Ma se mi fermo passa il treno. Cerco di dare un senso alla mia vita nel modo più dignitoso possibile, vorrei pace e tranquillità”. Ora è in lista d’attesa per una casa famiglia. Trascorre le sue giornate con una puntatina quotidiana in chiesa, la ricerca di un buon pranzo nelle mense romane – “quello che mi manca di più è la cucina casareccia, alla parrocchia della Natività l’ho trovata, ci sono cuoche bravissime” – e i day hospital al Policlinico. Questa esperienza lo sta arricchendo per “i tanti amici veri che ho trovato; quelli di prima sono spariti tutti. È incredibile l’umanità delle storie che incontro”.
“Davanti alla macchinetta infernale”. “Quando sei seduto su uno sgabello davanti a una slot machine, una macchinetta infernale che è peggio dell’alcool, stai con un groppo al cuore e non ragioni più finché non spendi tutti i soldi, anche 1.000 o 2.000 euro. Il venerdì prendevo lo stipendio e il lunedì finivo tutto in quel Bingo maledetto. Per me era uno sfogo. È una brutta malattia”. Due dipendenze da cui sta uscendo grazie all’aiuto degli assistenti sociali dell’ostello e dell’ospedale “Gemelli”. Giuseppe, 59 anni, originario di un paesino sardo, vive da 37 anni a Roma. Per il vino e il gioco d’azzardo ha perso tutto: casa con moglie e due figli e lavoro in un cantiere. Da sei anni è in via Marsala, ora non beve e non gioca. “Sto qui finché ce la faccio, finché non divento vecchietto”. I suoi 290 euro di pensione d’invalidità (ha problemi agli occhi), li affida agli operatori per evitare tentazioni. “Mi danno 50 euro a settimana per le sigarette”. Il periodo più duro della sua vita sono stati i tre/quattro anni trascorsi con conoscenti sardi in una baracca nella campagna romana, coltivavano un orticello: “Era freddissimo, non ci potevamo lavare. Una mattina mi sono svegliato con tutti i denti rotti. Per quanto avevo bevuto non mi sono reso conto di essere caduto. Grazie a Dio, ne sto uscendo. Non lo auguro a nessuno”. Ora ogni giorno va in biblioteca e naviga su internet per leggere articoli su temi artistici. Al paese d’origine, da giovane, suonava il clarinetto nella banda locale. Il suo fare apparentemente brusco – “qui ho pochi amici, mi faccio gli affari miei” – si anima finalmente di poesia. Gli occhi si illuminano: “La musica mi piace, la musica è vita”.
Una laurea d’avvocato in Ucraina, fa la badante. Galigna invece è ucraina e scoppia di vitalità, ma con l’asciugamano in testa che nasconde i suoi capelli rossi sembra siriana. Ha 32 anni, una laurea di avvocato non riconosciuta in Italia, dove vive da 5 anni lavorando presso famiglie come badante o baby sitter. La madre è morta l’anno scorso, lei pensa di vivere dove troverà un lavoro, Italia, Canada o Svizzera che sia. “Non ho sogni, sono realista: prima il lavoro, poi la casa, poi la famiglia”. Quando rimane senza alloggio, per non dormire in strada, va all’ostello. È qui da una settimana “finché non trovo qualcosa. Ora sono in prova in una pizzeria di Ciampino. Per sei giorni di lavoro mi hanno dato 50 euro”. Ha un permesso di soggiorno regolare, sta prendendo la patente. “Voglio studiare per diventare infermiera. Certo, ogni tanto mi chiedo cosa ho fatto in questi 5 anni. Ma l’importante è la salute”. E se ne va con una risata rubiconda come il suo viso. In questi giorni, quando torna a notte fonda da Ciampino, distribuisce le pizze avanzate ai poveri della stazione Termini. “Mi aspettano. Se posso, do anche l’elemosina”.
SIR


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