“Non farmi una predica”.
L’omelia della messa, spesso, è pizzosa
                                                                                 
Di ALBERTO CARRARA

UN MODO DI DIRE SIGNIFICATIVO

“Non farmi una predica”. È un modo di dire per chiedere che si evitino raccomandazioni o considerazioni moraleggianti, eccessive. La predica, dunque, quella che il prete tiene durante la messa, si è acquistata quella fama lì. Qualcuno, un po’ più raffinato, dice “non farmi un’omelia”. È la stessa cosa, ma il termine è più tecnico, più fine. Quando è il prete stesso il destinatario della raccomandazione gli si dice: “la predica me la fai nella messa, non qui”.

“VANGELO” SIGNIFICA “BELLA NOTIZIA”

È un particolare, ma, nel suo piccolo, significativo. La predica, o omelia che dir si voglia, è il commento al vangelo. La parola “vangelo” per noi significa un testo scritto dove si racconta quello che Gesù ha fatto e detto. Nei primi decenni del cristianesimo, quella parola era usata nel suo senso originario di “bella notizia”. Solo in un secondo momento è passata a significare il testo scritto che contiene la bella notizia di Gesù e del suo messaggio.

OMELIA: PIÙ DENUNCIA CHE ANNUNCIO

L’uso popolare di oggi è dunque una specie di denuncia. Il predicatore medio ha in mano un testo che parla di qualcosa di meraviglioso. Parla di Dio che si fa uomo, parla di beatitudine perfino per chi piange ed è perseguitato, vince la morte… Il predicatore deve annunciare quella bella notizia a se stesso e alla gente che ha di fronte. Ma è portato spesso più che ad annunciare la bella notizia, a denunciare la distanza fra la bella notizia e noi. Di conseguenza l’omelia assume spesso il tono della denuncia e dell’accusa. È il “fare la predica”, appunto, del linguaggio corrente.

SE ANCHE LA PREDICA FOSSE UNA “BELLA NOTIZIA”

Il quale, quindi, finisce per essere a sua volta un’accusa ma, insieme, la confessione discreta di una nostalgia. Si vorrebbe che l’omelia non fosse soltanto denuncia, ma anche annuncio, non solo accusa per quello che non c’è, ma anche gioia per quello che c’è. Insomma si vorrebbe che l’omelia, che dovrebbe commentare la “bella notizia”, fosse, essa pure, positiva e gioiosa, bella come la notizia che deve commentare.

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