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Basket e disabilità. “Tiro libero”, il nuovo film di Simone Riccioni

Sergio Perugini /  agensir.it

Sarà nei cinema italiani da giovedì 21 settembre “Tiro libero”, commedia sul mondo dei giovani e dello sport; una storia scritta e interpretata da Simone Riccioni, per la regia di Alessandro Valori. Il Sir ha incontrato in anteprima l’attore, che ha accettato di parlare del progetto nato sulla scia del film “Come saltano i pesci” (2016), opera che si concentrava sulla famiglia oggi, con tutte le sue fratture e opportunità. Ora in questo nuovo film, “Tiro libero”, è lo sport il protagonista, il basket, terreno su cui scende in campo anche la disabilità, il desiderio di riscatto di giovani sulla sedia a rotelle che vogliono solamente andare a canestro, come tutti.
Dopo il riuscito “Come saltano i pesci”, ecco un nuovo progetto con il regista Alessandro Valori. Come è nato “Tiro libero”?
“Squadra che vince non si cambia”, usando una nota espressione sportiva. “Tiro libero” è frutto di uno dei miei viaggi ad Alessandro, lungo l’autostrada Roma-Macerata. Il progetto viene da lì, da quelle due ore di macchina. Una storia che attinge alla vita reale, in verità, quella di un mio amico, cui è stata diagnosticata una malattia invalidante, la sclerosi multipla; una vicenda sofferta ma dai risvolti sorprendenti, positivi ed edificanti. Ho chiesto dunque il permesso di rendere nota questa storia, cui si inserisce il tema dello sport, in particolare il basket, una delle mie grandi passioni. In passato, infatti, ho giocato in serie A con la Sutor Montegranaro e ora sono ritornato in campo nella serie C1, per puro divertimento e riassaporare di fatto lo spirito di squadra. E da tutto questo, dall’incontro tra lo sport e una vita che pur piegata dalla disabilità non si arrende, è nato un film e insieme un libro, scritto con Jonathan Arpetti, che sarà nelle librerie dal 19 settembre.

Lo sport dunque come occasione di incontro e inclusione?
Rispetto al film precedente “Come saltano i pesci”, “Tiro libero” affronta il tema dello sport come ambito dove mettersi in discussione, ma soprattutto in dialogo con l’“altro”, con coloro che vivono un’abilità diversa, che spesso purtroppo finiscono per essere emarginati o scartati dalla dimensione partecipativa. Il protagonista del film, Dario, inizialmente è arrogante, pronto a sfidare qualsiasi persona o situazione, compreso Dio. Il suo modo di pensare, di vivere, inizia poi a cambiare grazie all’incontro con dei bambini, costretti sulla sedia a rotelle, ma desiderosi di essere come tutti gli altri, pronti a gareggiare in una partita di basket. Un’esperienza trasformante per il protagonista, un’occasione straordinaria anche per me:
tre dei ragazzi attori nel film sono realmente sulla sedia a rotelle e l’incontro con loro è stato intenso, magico.
Quando hanno saputo della fase di produzione, si sono messi direttamente in contatto con me, perché volevano espressamente essere parte del progetto, far vedere che è possibile giocare a basket o a qualsiasi altro sport nonostante la carrozzina, la diversa abilità. Un racconto pertanto che diventa socialmente rilevante, dalle profonde ricadute educational.
Il personaggio di Dario nel film ha un percorso tortuoso, con uno scontro-incontro con la fede. Come è stato tratteggiato questo aspetto? Nel film Dario si rivolge spesso a Gesù, un richiamo a “Don Camillo”?
Dario è un po’ un ragazzo come tutti, simbolo di una stagione della gioventù in cui si è distratti dal mondo, concentrati su se stessi e incapaci di prossimità. Dario è anche scettico, refrattario a credere, a confidare nell’esistenza di Dio. Io e il regista volevamo che questa conflittualità interiore emergesse con chiarezza nel film, questo tenere a distanza la fede, persino a reprimerla. È una cosa che può capitare nel percorso di crescita, procedendo alla ricerca di certezze. Dario alla fine si mette in gioco, in cerca anche lui di risposte, con un piccolo aiutino… Un aspetto reso con efficacia nei momenti di dialogo con Dio, che certamente si possono associare ai modelli che il cinema ci ha offerto, su tutti “Don Camillo”. Ma di fatto è la vita vera; tutti quanti abbiamo il desiderio, l’istinto, di parlare con Dio, con la sincerità con cui ci si confida ad esempio con i nonni, con coloro che ascoltano con la tenerezza non giudicante.

Una componente rilevante del film è il territorio, le Marche, che viene raccontato nei suoi luoghi e attività. Quanto è importante per l’identità del racconto? 
La regione Marche è stata uno straordinario supporto, un importante alleato nella messa a punto del film. Abbiamo girato in luoghi suggestivi come Recanati, la città di Giacomo Leopardi, o Macerata, così come Montegranaro, Civitanova oppure il monte Conero. Io e il regista Alessandro Valori, entrambi originari delle Marche, abbiamo voluto girare questa storia proprio in questi luoghi, scommettendo in un cinema e un audiovisivo che rimane sul posto, che lo valorizza, favorendo anche il lavoro locale. Inoltre, desideravamo mostrare la ricchezza paesaggistica e culturale della nostra regione, sperando così che questo film possa attivare ritorni di (cine)turismo.

(*) Commissione nazionale valutazione film della Cei


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