Le ragioni della speranza.
La liturgia della Parola domenicale
commentata da padre Ermes Ronchi
Il racconto si apre con l’elenco di sette nomi propri
(Gabriele, Dio, Galilea, Nazaret, Maria, Giuseppe, Davide)
che convocano, attraverso il numero sette simbolo di pienezza,
la totalità della vita coinvolta dal venire di Dio.
Un giorno qualunque, in un paese qualunque, una giovane donna qualunque:
il primo affacciarsi del Vangelo è un annuncio straordinario
consegnato nel quotidiano, in una casa.
Lì, nel cuore della vita, nel giorno della festa,
in quello delle lacrime,
nel momento in cui dici a chi ami le parole più belle che sai,
Dio ti sfiora, ti tocca, ti parla, nel dialetto del cuore.
La prima parola dell’angelo:
Chaîre, sii lieta, gioisci, rallegrati!
Non un comando: fa’ questo o quello, inginocchiati, vai, prega...
Ma semplicemente: gioisci, apriti alla gioia, come una porta si spalanca al sole.
Dio parla il linguaggio della gioia, per questo seduce ancora.
La seconda parola spiega il perché della gioia:
sei piena di grazia, riempita di tenerezza, di simpatia, d’amore,
della vita stessa di Dio.
Il nome di Maria è “amata-per-sempre”.
Tutti, come lei, amati per sempre.
Di un amore che dà gioia e non esclude nessuno.
Maria non è piena di grazia perché ha risposto ‘sì’ a Dio,
ma perché Dio per primo le ha detto ‘sì’.
E dice ‘sì’ a ciascuno di noi, prima di qualsiasi nostra risposta.
Ognuno pieno di grazia, tutti amati come siamo, per quello che siamo.
Maria fu molto turbata.
Allora l’angelo le disse: Non temere, Maria.
Non temere l’umiltà di Dio,
così lontana dai troni, dalle luci della scena, dai palazzi;
non temere questo Dio Bambino che nutrirai di latte, di sogni e di carezze,
che porterà la rivoluzione della tenerezza e farà dei poveri i principi del regno.
La risposta di Maria non è ancora un ‘sì’, ma una domanda:
com’è possibile?
Porre domande a Dio non indica mancanza di fede,
è stare davanti a Lui con tutta la dignità di creature,
con maturità e consapevolezza, usando la nostra intelligenza,
e poi accettare di non poter vivere senza mistero.
Solo allora il ‘sì’ è maturo e creativo, potente e profetico:
eccomi sono la serva del Signore.
Serva è parola biblica che non ha niente di passivo,
non evoca sottomissione remissiva.
La serva del re è colei che collabora con il re,
protagonista del dipanarsi di una storia nuova.

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