Nel nome di chi non può parlare.
L’ aborto spiegato con la voce di un embrione...
di Giulia Tanel
“Sono figlio, / sono giglio, / madre, / padre, / bulbo suo / bulbo vostro! / Sono carne, / padre, madre! / Grido, canto! /
Sono carne, / sono mente, / ossa, luce! /
Grido lieto: / sono cuore, / sono vita, / forma sono, / sono feto!”
Pungenti, commoventi, unitari pur nel loro essere frazionati, sconvolgentemente prolife…
questo e molto altro sono i quattordici atti
che costituiscono il monologo Factum est,
composto nel 1981 dall’importante,
ma controverso intellettuale Giovanni Testori.
“Factum est è il monologo di un feto – scrive Fulvio Panzeri –
che chiede di venire alla luce
e s’incarna nella sua stessa parola senza corpo.
Nel grembo balbetta, strascica le parole,
fino a che la voce si fa più percettibile, articolata,
chiedendo una salvezza per sé
e una speranza per la madre e per il padre
che lo vogliono rifiutare”.
Al momento della pubblicazione di Factum est
il critico letterario Carlo Bo scriveva sulle colonne
del Corriere della Sera:
“Un altro scrittore avrebbe scartato il tema
che un secolo di naturalismi ha abbondantemente sfruttato.
Testori si comporta in modo diverso
e lo rimette nel grande lago delle questioni capitali,
lo fissa nel lungo contraddittorio fra vita e morte;
anzi fa di più, lo inietta nel corpo umano.
Di un’idea ne fa una creatura, la creatura per eccellenza,
la creatura dotata di parola e che si serve della parola
per rivendicare il proprio diritto alla vita
e per istituire un processo fatto soprattutto di pietà
a chi ha deciso di negargli il momento della nascita,
meglio il suo inserimento nella sterminata famiglia degli uomini. [...]
il feto di Testori si serve della parola per esaltare la verità,
noi ce ne serviamo per nasconderla,
per giustificarci, per ingannare i nostri rimorsi”.
“Me e te? / Senti, madre? / Sono in te… /
Tocca ventre, / tocca te, / sono me.
[...] Grido a te: / luce è, / carne, sangue / forma in te!”
“Per lui sono / goccia-vita / nelle gocce senza dita, / senza mani, senza vita! / Ma è vita, / più che vita, / è infinita / morsa ardita”
La vita ha inizio con il concepimento;
nel momento dell’incontro tra ovulo e spermatozoo
prende forma una nuova persona,
speciale nella sua unicità:
“Già mi formo, / uguale a te, / faccia uguale /
anche se cieca, / bocca uguale / anche se muta”.
In Italia, nell’arco di trentaquattro anni,
il dramma dell’ aborto – regolamentato dalla legge 194/78 denominata “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” –
ha comportato l’uccisione nel grembo materno
di 5 milioni 438mila e 878 bambini.
“Ascolta, / madre cara: / sarai culla? / sarai bara?”
“Tu la vita, / padre, / ami?”
L’ aborto impedisce ogni giorno
a tanti piccoli uomini e donne indifesi e senza colpa alcuna
di affacciarsi al mondo.
Viene così soffocato un silenzioso e legittimo urlo
che manifesta un immenso desiderio di vita.
“Senza mani, / senza voce, / senza peso. /
Puoi schiacciarmi, / puoi pestarmi, / soffocarmi. /
Puoi strozzarmi.
[...] Qui senz’armi / e piccolino / puoi schiacciarmi; /
tuo bambino / qui indifeso / puoi strozzarmi, /
ma nel niente / ormai rendermi / non puoi.
L’ aborto non è indolore.
Non lo è di certo per il bambino,
ma non lo è neanche per sua madre, per suo padre
e per tutte le persone a loro affettivamente vicine.
È un dramma che rimane impresso per tutta la vita,
in maniera più o meno cosciente e appariscente
nelle diverse persone.
Senza scorte / la coscienza / sarà scienza / d’assassinio. /
Senza pace, / senza senso, / ombra sempre, /
tu avrai, / sempre vuoto, / in te sterminio”
Il bambino è inerme di fronte alla scelta
della madre e del padre
e il suo grido silenzioso
è relegato al loro barlume di coscienza,
che potrà esserci come no:
“[...] pietà / invoco / e attendo”.

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