Salmo 90
di Andrea Torquato Giovanoli
Oggi pomeriggio, mentre il grande era ancora a scuola
ed il mezzanello era a fare la nanna,
ho potuto godermi un po’ di tempo con la mia piccolina.
Ha solo nove mesi, ma già fa un sacco di cose:
oltre ad aver messo sette dentini tutti in una volta
e ad aver iniziato lo svezzamento,
ha cominciato a gattonare,
abbozza lunghi discorsi di sillabe ripetute,
si tira in piedi aggrappandosi al divano e,
tanto per non far dimenticare la sua presenza in casa,
quando si accorge che non c’è nessuno nei paraggi
che la rimira adorante e complimentoso,
come ogni donna che si rispetti inizia a lamentarsi.
Naturalmente tutte queste cose le fa contemporaneamente,
dimostrando di essere già dotata di multitasking
e di conseguenza di essere indubitabilmente femmina.
Ma oggi pomeriggio, dicevo,
mentre mi trovavo sul divano a scrivere,
combattendo tenacemente contro l’abbiocco della digestione, guardavo la mia principessa strisciare qua e là per il salotto, fermandosi di tanto in tanto a raccogliere un batuffolo di lanugine d
a assaggiare, per poi gettarsi all’inseguimento
di qualche suo giochino da raccogliere,
ciucciare, agitare e riscaraventare lontano.
Di tanto in tanto si fermava a guardarmi,
per controllare che io la stessi osservando,
ed io, grazie al mio “senso di ragno”
(superpotere acquistato fin dalla mia prima paternità),
immancabilmente alzavo lo sguardo dal portatile
una frazione di secondo prima che lei mi vedesse,
cosicché le risultassi sempre attento ad ogni suo gesto
e ricevendo in cambio grandi sorrisi di compiacimento.
Ad un certo punto però ha visto il pupazzetto di spiderman
che già fu diletto spasso dei suoi fratelli
incredibilmente abbandonato sul divano accanto a me:
irresistibilmente attratta da quell’oggetto del desiderio
ha gattonato veloce nella sua direzione,
quindi, aggrappandosi ai cuscini, si è tirata su da sola e,
tenendosi ben salda con una mano,
con l’altra ha iniziato ad allungarsi per raggiungere
la bramata effige del noto supereroe rosso e blu.
La meta del suo protendersi, però, era troppo lontana
per la sua piccola taglia e nonostante i caparbi sforzi
non avrebbe mai potuto arrivarci, così,
osservando tutta la scena con sorniona curiosità,
mi è venuto l’istintivo moto di avvicinarle il bambolotto di pezza
perché lei potesse finalmente prenderlo
(e, senza soluzione di continuità, portarselo alla bocca).
Stavo già allungando la mia mano verso l’uomo-ragno,
quando un pensiero fulmineo mi ha colto d’improvviso,
paralizzandomi in quell’inconsueta posizione:
già perché, mi son detto, anche il Padre quando vede
i propri figli tesi a raggiungere le mete che Egli stesso propone loro,
mica gli avvicina il traguardo, ma al contrario, eventualmente,
se richiesto concede loro l’aiuto necessario
a compiere il proprio destino.
Dio infatti, non deprezza l’obbiettivo cui ti chiama
per permetterti di raggiungerlo,
ma ti dà la grazia per superare ogni ostacolo che incontri
durante il tragitto.
Egli non ti toglie la difficoltà,
ma ti concede l’aiuto per affrontarla con successo.
Ultimamente non ti evita la croce,
ma ti dona la forza per passarci attraverso
in vista della risurrezione.
Questo perché il Padre conosce i propri figli
e sa quale è il loro vero bene,
quello scopo preciso per cui li ha creati
e che per essi è piena realizzazione ed appagante felicità:
ogni uomo è un tassello unico e preziosissimo
di quel meraviglioso mosaico che Dio ha pensato
fin dalla fondazione del mondo,
e non trova pace fino a quando non occupa quel posto esatto
che è sua precipua meta in questa vita e che,
oltre ad essere per lui pienezza nel tempo,
è personale vocazione a quel destino d’imperitura gioia nell’eternità.
Ed il Padre chiama a mete alte, che paiono a volte persino impossibili,
ma non fa mai mancare l’aiuto necessario a raggiungerle
a chi glielo domanda e a Lui si abbandona fiducioso.
Poiché quelle mete impossibili, in alcuni casi,
Egli le propone proprio perché i suoi figli si scontrino
con la loro natura soltanto creaturale
e rendendosi conto della loro inadeguata finitezza,
ricaccino la tentazione ad insuperbirsi ed abbraccino con consapevolezza
l’umiltà di alzare il loro sguardo a Lui,
così come fa la mia piccolina quando vede che l’oggetto
del suo protendersi è al di fuori delle sue possibilità:
mi guarda con quegli occhioni queruli in una preghiera muta
cui il mio cuore di padre non può resistere,
tanto quanto anche (e a maggior ragione)
il cuore del Padre non sa resistere all’orazione sincera
di quei figli amatissimi per la cui salvezza ha dato persino
la vita nel Figlio.
Ecco che allora, disincantandomi da tali pensieri,
anch’io oggi mi sono finalmente risoluto a reprimere
l’istinto della mia natura, che ferita dal peccato originale
mi indurrebbe sempre a giocare al ribasso,
ed anziché approssimarle gli obbiettivi,
d’ora in poi, cercherò di aiutare la mia bimba
a raggiungere i suoi traguardi.
Perciò questo pomeriggio,
appena prima che lei scoppiasse in pianto vedendomi
stranamente immobile assorto in tali meditazioni,
invece di avvicinarle il desiderato pupazzetto
le ho messo la mia manona sotto il suo sederino impatellato
e l’ho sospinta delicatamente verso di esso,
quel tanto che bastava perché lei, allungandosi,
riuscisse a prenderlo.
Ed è stato proprio in tal modo che come genitore
ho potuto incarnare quella promessa
che già fu del Padre per ciascuno dei suoi figli
che a Lui volgano il loro sguardo imploranti:
“Ti solleverò su ali d’aquila
e sulla brezza dell’alba ti farò brillare
come il sole,
così nelle Mie mani tu vivrai”....

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