Exodus
"Dei e Re"
è questo il sottotitolo del film su Mosé voluto da Ridley Scott,
spettacolare ma nulla più......
di Luisa Cotta Ramosino
Dopo Noè (Noah, di Darren Aronofsky,
non stupisce che sul grande schermo arrivi la storia di Mosè,
altro grande eroe biblico protagonista di una vicenda
piena di azione e colpi di scena, nonché, verrebbe da dire,
degli “effetti speciali” più straordinari di sempre…
Peccato che nell’affrontare un personaggio così affascinante
e complesso l’approccio usato da Ridley Scott,
pur non privo di spunti interessanti,
si risolva in un’operazione imponente sul piano produttivo
ma deludente su quello dei contenuti.
Non parliamo della scelta molto hollywoodiana
di usare interpreti occidentali per ruoli mediorientali
(del resto Charlton Heston non ci ha mai creato problemi
come Mosè nei Dieci comandamenti,
che oggi rimpiangiamo in modo particolare…),
quanto della confusione e delle incongruenze
che punteggiano una narrazione che si trascina faticosamente
per due ore e mezza, finendo per diventare più noiosa
proprio laddove è più spettacolare.
L’ateo Ridley Scott parte con un Mosè scettico nelle cose di fede,
ma in compenso sicurissimo di tutte le sue opinioni per tutto il resto,
al punto da diventare pure un po’ impertinente
quando si rivolge al “fratello” Ramses (Joel Edgerton,
che cerca di dare una tragica grandezza al suo personaggio,
ma poco trova a cui appigliarsi
salvo forse il sincero amore per il figlio).
Una situazione che ricorda, in minore,
l’inizio de Il gladiatore, con il risultato di lasciarsi sfuggire
la specificità della storia di Mosè.
Un Mosè a cui la scoperta di essere ebreo fa perdere tutto
(compresa la sorella Miriam e la madre adottiva Bitia,
che fanno una comparsa talmente breve
da essere ben poco significativa),
che non trova però così la fede.
Lo vediamo anzi nove anni dopo ragionare con la moglie Zippora
sul diritto al figlio di “scegliere da solo” quello in cui credere… agnostico,
dunque, fino a quando Dio stesso
non gli si presenta prima come voce dal roveto ardente,
poi sotto forma di un bambino
che gli parla e gli ordina di agire.
È questa sicuramente una delle “trovate” del film,
interessante in sé (pure se arriva dopo una bella botta in testa
lasciando spazio a un’ulteriore incredulità),
non fosse che questo Dio finisce per comportarsi troppo spesso
come bimbetto capriccioso,
che non vede l’ora di veder fallire Mosè
nel suo primo tentativo di forzare la mano di Ramses
con una serie di operazioni stile guerrilla,
per poter usare la mano pesante
e ottenere la liberazione del suo popolo con le piaghe…
Detto che anche la suggestione implicita nel rapporto,
spesso conflittuale, tra Dio e Mosè
(che si crede “assunto” in quanto generale,
ma dovrà imparare che tutto è nelle mani di Dio)
sarebbe stata degna di approfondimento,
la cosa che colpisce maggiormente è che nel film
manca completamente la dimensione reale del rapporto
tra il protagonista e il suo popolo,
ridotto a una massa uniforme e anonima
in cui emergono (ma senza farsi davvero conoscere e amare)
unicamente grazie agli interpreti
(Ben Kingsley e Aaron Paul) l’anziano Nun e il giovane Joshua,
due figure per altro poco rilevanti per la trama.
Quando invece proprio in questo rapporto,
oltre che nel confronto drammatico e appassionante con Dio,
risiede il cuore più potente della narrazione biblica.
Del resto a rendere la pellicola non riuscita sono proprio
a mancanza di profondità teologica
(visto che a dominare è un invadente discorso sul fondamentalismo
che vorrebbe essere attuale e invece risulta solo antistorico)
e la povertà nella caratterizzazione dei personaggi.
Le libertà prese rispetto al testo biblico,
lungi dal rendere più coinvolgente il racconto,
rischiano di farlo più schematico,
schiavo di sequenze di azione sicuramente ben congegnate
ma non per questo capaci di trascinare
come nei “sandaloni” di una volta.
sources: FAMILY CINEMA TV
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