Perche sono qui?
Fra Massimo me lo diceva sempre — "tu non sei fatto così" —
ci sei diventato, ma non sei così.
Oltre quella scorza dura di pessimismo e disillusione,
quel fango sul nostro cuore che si chiama peccato,
ci siamo noi — il mio vero io —
pensato per un amore grande,
per Amare alla grande.
Alex si racconta.
Famiglia benestante, una casa, un buon lavoro,
sport e musica a buon livello e tante esperienze da raccontare:
dal paracadutismo all’animazione nei villaggi turistici.
Poi gli interessi culturali, la goliardia per ridere un po’,
l’empatia con gli altri, la disciplina con me stesso.
Tutto a posto, a tratti luccicante,
eppure la vita non gira.
A volte sembra mancare tutto.
Altre volte mi sento addirittura un pupazzo da salotto o poco più.
Una spina nel fianco riconosciuta è mio padre:
la sua sfavillante carriera, il mio desiderio di compiacerlo,
il suo buon senso mi schiacciano.
Tornato dagli Stati Uniti sento che tutta la fatica che ho fatto
per prepararmi la carriera lascia dei vuoti.
È come se mi chiedessi: “Tutto qui?”
Comincio ad appassionarmi al teatro
fino ad accarezzare l’idea di fare l’attore,
ma chi ci crede guardando il mio CV?
Che direbbe mio padre?
E’ da tempo che faccio la cosa peggiore:
lascio le decisioni a lui spacciandole a me stesso per consigli.
Fondamentalmente non so scegliere e non so chi sono.
Qualche amico ce l’ho ma in mezzo agli altri
sono contento solo se sono il primo
altrimenti mi acceca l’invidia.
E poi le relazioni con le donne, tante e fallimentari.
Tradisco, non mi innamoro, seduco con disinvoltura
ma poi non so andare molto oltre.
Ho 20 anni di psicanalisi alle spalle
ma non arrivano dei progressi strutturali.
Al più tampono una disperazione che mi assale a singhiozzi e,
pronte per l’uso, arrivano le consolazioni sessuali,
sociali, persino intellettuali o sportive
in “sfumature di grigio” (scurissimo)
di cui non parlerò per non fare pubblicità al male.
E’ il tumore di mia nonna a suonare il preludio
di una grazia in una casa di persone tutte agnostiche o atee:
arriva una badante cristiana la cui figlia diventerà la mia ragazza.
Bella e buona, sembra amarmi davvero
ma poi mi dice che non si concederà fino al matrimonio
perché lei è cristiana.
Per me è folle.
Testa, cuore, libri, amici, tutto mi dice che sbaglia lei.
Tra l’altro non gusto il tempo con lei,
sono insoddisfatto ma non la sposo né la lascio:
in questo guado che arriva il corso fidanzati di Assisi.
Questi ometti marroni sembrano dirmi per 12 ore al giorno:
“Non sei matto. Sei davvero disperato,
è sano e Dio lo sa.”
Sembra di stare in una centrifuga.
Piango, mi commuovo, mi arrabbio
e al colloquio con fra Francesco vado subito al punto:
“Io non so decidere”.
Lui mi rifila “Occasione o Tentazione” di Stefano Fausti
e mi prescrive la lettura quotidiana di un salmo
e un capitolo di vangelo.
Ad ogni capitolo di Vangelo mi commuovo.
Che è sta roba?
Sento solo gioia e meraviglia.
I salmi invece mi sorprendono, intellettualmente,
per l’enfasi sulla menzogna e la parola pronunciata:
ma perchè?
senza rendermene conto le relazioni
cominciano a diventare più nitide.
Infine, con gli esercizi spirituali faccio una scoperta
tanto incredibile quanto drammatica:
il cuore si educa e si diseduca,
cioè, io “non sono fatto così” come credevo.
Nella rabbia due domande mi trafiggono il cervello.
Come mai la psicanalisi non ha funzionato?
La seconda: la cultura, allora, non salva?
Mi lancio sul corso Zero
dove faccio la prima esperienza di perdono,
compresa e vissuta con meraviglia.
E’ come se vivessi il primo innamoramento della mia vita,
vero e profondo nella Parola,
nella sete di Dio che entra davvero
come una lama al termine del corso vocazionale.
A casa mi sembra di sentire il dito di Dio che mi scrive nel cuore:
“non esiste tesoro più grande dell’amore di Dio”
e la mia fidanzata, al telefono,
mi dà il colpo di grazia dicendomi che io, infatti e purtroppo,
non avevo mai avuto la “fortuna di affidarmi alla Provvidenza”.
Il mio curriculum e le cose che posseggo
crollano davanti a questa parola.
E’ la perla.
Non solo: ce l’hanno tutti.
E’ una gioia grandissima, liberatoria, spaventosa.
Da qui in poi ho fame di verità radicale
e parte un cambio di mentalità scandito da crisi,
tagli e trasformazioni che mi consentono
di avere uno sguardo sulla vita sempre più lucido.
Durante un rosario si spiega davanti a me
una mappa di tutte le ferite familiari e i sensi di colpa ereditati.
E’ chiaro:
i rapporti con i miei genitori e mia sorella sono confusi,
morbosi, viziati.
Io decido di cambiare musica ma loro non capiscono.
Inseguendo i moti di coscienza con gli esercizi spirituali
imparo a vedere il male in me,
nelle relazioni, nella cultura
e sono scioccato nell’osservare una nuova identità che affiora.
Sembra di stare in guerra contro i demoni miei,
dei miei genitori, della società.
Contengo la tensione solo con le preghiere.
Un nodo cruciale della mia conversione fu la rinuncia
alla borsa di ricerca a Stanford,
non tanto per la fatica della rinuncia
quanto per la forma che ha dato al mio cammino di fede
coi 10 comandamenti a sant’Angelo
e le Lectio a Villapizzone con S. Fausti.
Era straniante rinunciare ad un’occasione inseguita per 10 anni,
ma intuivo la forza e la bellezza di una chiamata
che era tutta per me.
Un dolorosissimo taglio, invece, fu la rinuncia
ad uno spettacolo nella stagione di un teatro milanese
per dedicare tempo a Dio e alla mia fidanzata.
Vista la crisi del teatro e l’eccezionalità dell’occasione
avrei preferito una gamba rotta,
ma dopo un mese ero più leggero e avevo capito una cosa:
si può essere schiavi delle proprie passioni come di una droga.
E tante altre.
Praticamente, ad ogni rinuncia entravo in crisi
per guadagnare un pezzo di libertà in più
e il Signore, vedendo che non mi reggevo più in piedi,
mi manda due aiuti: il signor Sandro e padre Danieli,
entrambi a Milano mi aiutano a trovare un filo rosso
dentro a tutte le bufere che sto attraversando.
Purtroppo la relazione con la mia fidanzata non ha retto.
Nonostante la frustrazione e la nostalgia
inizio a fare esperienza di quel pizzico di integrità
che mi consentiva di pensare, fare,
dire grosso modo le stesse cose.
Per completare questa guarigione dell’integrità
fra Francesco mi propone un pellegrinaggio in povertà
sul cammino di Santiago.
Imparo a gestire la paura affidandomi con fiducia
alla provvidenza ma era l’inizio.
Dopo qualche giorno scopro che il nodo più grande
non era chiedere ma ricevere.
Dire grazie e basta, senza crediti, senza debiti.
In due parole: lasciarsi amare.
Lì capisco che il mio fidanzamento era fallito
perché non avevo saputo lasciarmi amare.
Poi la nuova sfida: mettersi in aspettativa per fare teatro,
musica, volontariato perché dopo più di due anni
di discernimento spietato quel desiderio è ancora lì.
Quando lo dico ai miei genitori è tempesta
ma bastano poche settimane per capire
che mi sono portato a casa un pezzo del quarto comandamento
“Onora tuo padre e tua madre”:
non c’è ribellione, anzi, li amo di più e le identità sono più chiare.
Ho certamente paura della precarietà che mi attende
ma ho bisogno di questo deserto.
Una domenica arriva un moto di coscienza fortissimo
che mi illumina su un aspetto della mia vocazione.
La gioia è tanto grande che mi sento compiuto:
potrei morire già domani.
Mi manca l’ultimo pesce:
un progetto d’amore concreto.
In ordine: sono qui per vocazione,
per i miei amici, per la Chiesa.
Alex


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