Il Poeta e il Fanfarone: parole a confronto
di don Marco Pozza
Fu l'uomo delle parole folli e bambine.
Un giorno glielo dissero apertamente:
«Tu solo hai parole di vita eterna».
Fu la risposta alla sua domanda:
«Volete andarvene anche voi?»
Che era come dirgli tra le righe:
“Tu solo sei capace di parlare al nostro cuore.
Dove vuoi che andiamo lontani da Te?”
Gli restano addosso,
Lo calcano ovunque, s'appartano con Lui:
quel suo parlare scarnificato ed elegante
è come una riva verso la quale cercare l'approdo per salvarsi.
Parole strane quelle del Rabbì.
A sfidarle con la logica di quaggiù sembrano insulse,
mezze storte, sbilenche: più una consolazione per anime afflitte
che arnesi per uomini tutti d'un pezzo.
Eppure son parole di fuoco, misteriose, dense di umanità.
Non promettono l'eternità, fan molto di più:
nella terra dell'effimero innestano un senso verso l'eterno.
Parlano della terra in maniera diversa,
più densa, quasi sopraffine.
Sono parole di poeta:
quelli che sanno vedere l'esistenza in una buccia di banana,
il senso del vagare in un granello di sabbia,
le tracce del Regno in una misura di lievito
o in un chicco di grano.
In un granello di senape, un misura da microscopio.
Eccolo il Regno di Dio:
« E' come un granello di senape che,
quando viene seminato sul terreno,
è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno;
ma, quando viene seminato,
cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto
e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo
possono fare il nido alla sua ombra»
(liturgia della XI^ domenica del tempo ordinario).
Ai discepoli quelle parole piacciono assai,
restano ad ascoltarlo anche quando
la tentazione d'andarsene è alle stelle.
Gli danno fiducia anche quando lo sbruffone di Lucifero
pubblicizza parole più veloci, in presa diretta, senza fatica.
Le accettano, eppur sono urtati da esse:
li sconvolgono, si stupiscono,
anche s'infastidiscono ad ascoltarle di petto e di getto.
Sono poche le parole dei Vangeli:
il Regno è vicino, mutate le anime, fate presto.
Le solite parole da millenni a questa parte.
Eppure quando cadono in uomini ben disposti
– in piccoli che vogliono diventare grandi,
in giusti che vogliono diventare santi,
in peccatori che mai s'arrenderono alle loro miserie
– quelle parole mettono radici.
Gemme e fiori.
Fanno loro nuove le teste e il modo d'immaginare la storia.
Marco lo apre così il suo Vangelo,
come il più navigato dei romanzieri:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino.
Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15).
Compiuto è il tempo: ciò che toccava al Cielo è stato mantenuto.
Vicino è il regno: tocca all'uomo adesso scegliere il daffarsi.
Cristo ha preso l'iniziativa: ha bussato.
D'ora in poi attenderà, sull'uscio.
Rimarrà di passaggio Dio: intercettarlo è salvarsi.
Distrarsi è dannarsi.
Vederlo è capottarsi dallo stupore.
Eccole le parabole:
più che un trattato d'altissima teologia
somigliano al collirio per gli occhi.
Li guariscono, ne tolgono le occhiaie smunte,
li aiutano a cogliere meglio i piccoli particolari.
Permettono loro di vedere ciò che è già presente
piuttosto che promettere qualcosa che verrà:
li allenano a decifrare nell'infinitamente piccolo
l'esordio dell'immensamente grande.
Rimangono ancor oggi le parole di un Viandante cortese:
"Il mondo sta cambiano, non vedete gente?"
L'avversario, quello sbruffone e smargiasso,
s'incapponisce a dire che il mondo cambierà.
E' il suo trucco per maledire il presente,
rimandando tutto al futuro:
Dio dice bene del presente, lo benedice, ne mostra il bello.
"Guarda, non passare oltre, fermati.
Vedi? Non è lo stesso: è poco, è piccolo,
eppur vedrai come diventerà.
Dagli tempo, accetta i suoi tempi".
Il Regno sta maturando:
«Quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce,
perché è arrivata la mietitura».
Non prima: che non lo si colga ancora acerbo.
Non dopo: che non si faccia i conti col frutto marcio per troppo sole.
Appena è maturo: con la giusta cottura, a tempo debito.
Proprio allora.
Parole che sanno di tempo e d'eterno:
dell'Eterno che si gioca nel tempo.
Parole di speranza: non che il mondo cambierà,
che il mondo sta già cambiando, in meglio.
Anche se quello Sbruffone alza la voce
e dice che tutto questo è follia:
"Come fate a credere ad un Dio.
Peggio per lui:
vive così male che solo a dargli credito
ci si addossa l'odore delle cose scadute.
Delle anime avariate e delle parole scontate
(Amen).

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